"Sono sordo ma la tecnologia è mia alleata. La pandemia dimostra che siamo tutti potenzialmente disabili"


La storia della formazione permanente Fabio Bosatelli, 30enne bergamasco trapiantato a Roma, l'ha presa alla lettera. Due lauree, Ingegneria ed Economia. Poi il lavoro all'Enel Green Power, dove tuttora si occupa di sviluppo delle tecnologie robotizzate. Infine - lo ha conseguito ieri - un master in Business administration alla Luiss di Roma. "E non ho intenzione di smettere - dice dallo spioncino di Teams - . Magari ne farò uno all'estero, qualcosa che offra piattaforme all'avanguardia", precisa mostrando la trascrizione in tempo reale delle nostre parole sul suo iPhone. Perché il plurilaureato Fabio è sordo profondo. Dalla nascita. Grazie all'amore della famiglia e ai logopedisti ha imparato a parlare in modo quasi normale, ma le piccole protesi auditive non bastano a trasformare il rumore che ascolta in una vera e propria sintassi. Così legge il labiale e a ciò che sfugge ci pensa il translate digitale. Alla faccia delle lamentele. "La tecnologia è la mia migliore alleata:dieci anni fa non sarei riuscito a fare quello che ho fatto. Non dico che sia semplice. Adesso per esempio siamo in due a parlare, ma il bello viene quando mi ritrovo in call con altre cinque persone, magari uno dall'Australia e un'altra dalla Germania, con me che impazzisco da un traduttore all'altro". Ma sono gente dura i bergamaschi. E i clamorosi risultati di Fabio sono lì a ricordarci che davanti alle difficoltà volere può davvero essere potere. Almeno un po'.


 

Fonte: La Repubblica Online

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Sentire bene mantiene la mente giovane


coppia anziani sorridenti felici

Vi sarà capitato almeno una volta nella vita che un amico o un parente non più giovanissimo capisse “fischi per fiaschi” e di riderci su. Nulla di male. Se dovesse succedere più di frequente, però, potrebbe trattarsi di presbioacusia, ovvero un calo dell’udito correlato all’invecchiamento. Sebbene il processo sia naturale, è bene pensare di fare un controllo per valutare l’entità della perdita ed evitare così spiacevoli conseguenze.

Studi scientifici, infatti, hanno dimostrato che una persona che presenta un calo dell’udito ha una forte probabilità di sviluppare una forma di degenerazione cognitiva; viceversa, il 75% delle persone che soffrono di deficit cognitivo presenta anche dei disturbi dell’udito. Esiste pertanto un legame diretto e forte tra il sentire bene e l’avere una mente attiva ed è bene avere cura di questo legame, così da evitare ulteriori conseguenze sulla vita quotidiana. 

Una persona che non sente bene può avere difficoltà ad interagire, può comunicare in modo poco articolato e può sentirsi in imbarazzo a partecipare a contesti sociali. Per evitare lo stato di ansia che queste situazioni possono genere, tende ad isolarsi, a perdere interesse nelle relazioni e nei propri hobbies. Molto spesso questo si traduce in depressione e, nei peggiori dei casi, in demenza senile. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le persone affette da demenza saranno circa 100 milioni entro il 2050, a differenza dei 36 milioni attuali.

Un gesto semplice come un controllo dell’udito potrebbe quindi evitare o per lo meno rallentare questo processo. Che aspetti? Trova il centro più vicino a te e prenota il tuo consulto oppure consiglia di farlo a chi credi ne abbia bisogno.

 


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La quarantena di Ernest Hemingway, con moglie e amante.


A causa della malattia del figlio piccolo: sopravvissero tutti, tranne il matrimonio.

Qualcuno di voi starà sicuramente sopportando convivenze spiacevoli e faticose, dovendo restare chiuso in casa per limitare il contagio da coronavirus. Per consolarvi potete leggere di quando lo scrittore Ernest Hemingway si ritrovò in quarantena con il figlio malato, la moglie con cui era in crisi e l’amante. Potete consolarvi anche di più sapendo che, anni dopo, descrisse quell’ambiente come «uno splendido posto per scrivere», e fu infatti in quel periodo che corresse le bozze e concluse Fiesta (The Sun Also Rises).

La vicenda è stata raccontata sul sito Town and Country da Lesley Blume, scrittrice e giornalista autrice del libro Everybody Behaves Badly, in cui racconta la storia dell’ideazione e della pubblicazione di Fiesta. Ah, se in questi giorni vi siete imbattuti in una divertente lettera scritta a Hemingway dallo scrittore e amico Francis Scott Fitzgerald, in cui raccontava di come affrontava l’isolamento dovuto all’influenza spagnola nel 1920, sappiate che è stata spacciata sui social come autentica ma è una parodia dello scrittore Nick Farriella pubblicata sul sito letterario McSweeney’s.

– Leggi anche: Cosa fu l’influenza spagnola


Nell’estate del 1926 Hemingway aveva 27 anni, era sposato con la prima delle sue quattro mogli, Hadley Richardson, con cui aveva un figlio di tre anni, John Hadley Nicanor, soprannominato Bumby. Richardson aveva otto anni più di lui e veniva da una famiglia apprensiva di St. Louis, in Missouri: suo padre si era suicidato dopo una crisi finanziaria e la madre aveva passato il resto del tempo a proteggerla, giudicandola troppo fragile per qualsiasi cosa. Lei passò la vita ad accudire la madre fino a quando morì; pochi mesi dopo andò a trovare un’amica a Chicago che la presentò a Hemingway. Lui si infatuò di lei e dopo un anno di corteggiamento, nel 1921, si sposarono.

Richardson aveva una piccola eredità e dopo il matrimonio i due si trasferirono a Parigi, dove Hemingway sperava di iniziare una brillante carriera da scrittore. Qui conobbero e frequentarono molti altri artisti e scrittori espatriati, come James Joyce, Ezra Pound, Gertrude Stein, Fitzgerald e sua moglie Zelda e tutto l’ambiente della libreria Shakespeare & Co. Hemingway era alle prese con la stesura di Fiesta, aveva dissipato una bella fetta del patrimonio di Hadley e si era anche trovato un’amante, Pauline Pfeiffer, una giornalista di Vogue.

«Hadley era una ragazza dalle risorse modeste, Pauline era un’ereditiera; Hadley era una tipa casalinga e mansueta, Pauline era una raffinata giornalista di Vogue con una personalità comandina», scrive Blume. Richardson scoprì il tradimento in primavera e ne chiese conto a Hemingway, che si infuriò con lei dicendole che non ci sarebbe stato nessun problema se lei non avesse portato la cosa alla luce del giorno. Decisero di tirare avanti ma Hemingway non aveva intenzione di lasciare l’amante, che divenne una figura sempre più presente.

Ernest Hemingway, Hadley Richardson e “Bumby” nel loro appartamento a Parigi
(Collection. John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston)

A inizio maggio Hemingway andò a Madrid a guardare le corse dei tori e Richardson lasciò Parigi per Cap d’Antibes, nel sud della Francia, ospite di Sara e Gerald Murphy, due ricchi americani che animarono la vita culturale della Riviera francese ospitando e finanziando scrittori e artisti come i Fitzgerald, Pablo Picasso, John Dos Passos, Jean Cocteau e molti altri. Bumby aveva da giorni la febbre e una brutta tosse e i genitori erano convinti che un po’ di aria sana del sud della Francia gli avrebbe fatto bene.

In realtà la tosse peggiorò e i Murphy, che avevano tre figli, chiamarono preoccupati il loro medico: scoprì che Bumby aveva la pertosse, una malattia batterica molto contagiosa che provoca una tosse molto forte, fino al vomito e a difficoltà a respirare. Su ordine del medico, Richardson e Bumby vennero allontanati e messi in quarantena e i Fitzgerald, che si trovavano a Cap d’Antibes, offrirono loro una casa che avevano affittato nei paraggi. Gerald Murphy avvisò Hemingway per rassicurarlo mentre Richardson si lamentava in una lettera che loro e i Fitzgerald «si tengono a grande distanza da noi untori» ma che mandavano sempre provviste per aiutarli.

La tata di Bumby si precipitò da Parigi e qualche giorno dopo arrivò anche un’altra inaspettata compagnia: l’amante di Hemingway, che aveva avuto la pertosse da piccola ed era quindi immune. In una lettera Richardson scrisse a Hemingway che lei stessa aveva invitato Pfeiffer «a fermarsi se voleva», e che sarebbe stata «una storiella magnifica per tutti se tu, io e Fife trascorressimo l’estate insieme in Riviera». Hemingway si rassegnò a lasciare Madrid e il 27 maggio le scrisse che l’avrebbe raggiunta il prima possibile.

Hemingway si ritrovò così in una casa con due letti insieme alla moglie, al figlio malato, all’amante e alla tata, rallegrato dalle visite serali dei Murphys e dei Fitzgerald. All’ora dell’aperitivo arrivavano con le loro auto, si sistemavano sull’orlo del giardino e bevevano qualcosa insieme, mentre Hemingway e compagnia facevano lo stesso dalla veranda. La serata si concludeva infilzando sulle picche della recinzione le bottiglie consumate a testa in giù: alla fine della quarantena il recinto ne era tutto turrito.

Dopo qualche settimana Bumby guarì e si trasferirono tutti in un hotel. Il bambino e la tata vennero confinati in una casetta dove lui terminava la convalescenza mentre Hemingway, moglie e amante continuavano a vivere insieme: Blume scrive che «Pfeiffer si infilava nel loro letto per fare colazione insieme. Tempo dopo Hadley ricordò che aveva insistito per farle una lezione di immersione in acqua che l’aveva quasi uccisa».

Tornati a Parigi, Hemingway e Richardson si separarono e in autunno lei gli chiese il divorzio. A ottobre uscì negli Stati Uniti The Sun Also Rises (l’anno dopo fu pubblicato in Regno Unito con il titolo Fiesta, mantenuto anche in italiano insieme al meno comune Il sole sorgerà ancora) con la dedica al figlio e alla moglie. Hemingway offrì a Richardson i diritti d’autore del libro. Divorziarono nel gennaio del 1927 e a maggio Hemingway sposò Pfeiffer; nel 1937 iniziò una storia con la giornalista Martha Gellhorn, che sposò nel dicembre del 1940, un mese dopo aver divorziato anche da Pfeiffer.


I NOSTRI CONSIGLI:

👉🎥Un film: Insieme a Paolo Mieli, il professor Mauro Canali racconta la vita avventurosa di Hemingway a https://www.raiplay.it/…/Cultura-Passato-e-presente-ERNEST-…
👉🎹Un brano: Frank Sinatra - One Note Samba: l'omaggio di Sinatra alla Samba de Uma Nota Só di João Gilberto. Un brano ricco e complesso, costruito inizialmente intorno ad una sola nota. Semplicità sublime.
👉📙Un libro: Il vecchio e il mare:
Audiolibro a https://www.youtube.com/watch?v=aOaqAjWxa_0

Fonte: https://www.ilpost.it/2020/03/28/hemingway-quarantena-moglie-amante/

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Uso prolungato degli auricolari e udito: come prevenire i rischi?


scrivania a casa laptop, smartphone e auricolari


Videochiamate, smart working, riunioni su Zoom, didattica a distanza: tutte parole che abbiamo dovuto imparato a conoscere in fretta, nuove abitudini imposte dal periodo di emergenza che abbiamo e stiamo vivendo.
Nella “fase 1” la percentuale di lavoratori “agili” ha toccato il 34%, coinvolgendo circa 7 milioni di lavoratori (erano meno di un milione, il 3% sul totale degli occupati, nel 2019); con le parziali e progressive riaperture, tale quota è scesa al 24%. Percentuale che tenderà a diminuire ancora nel 2021: si stima infatti che il 16% degli italiani continuerà a lavorare da casa, coinvolgendo per lo più i dipendenti del settore privato. È quanto emerge dai dati dell'Osservatorio "The World after Lockdown" curato da Nomisma e Crif.

Questo nuovo stile di vita ha diversi aspetti positivi ma, senza dubbio, porta con sé anche qualche aspetto negativo che riguarda soprattutto il bisogno di privacy: spesso, infatti, le famiglie non hanno case così ampie o ambienti dedicati a studio. Inoltre, i dati mostrano che il 31% dei lavoratori ha dovuto condividere gli spazi con figli under12 - a loro volta impegnati con la DAD - avendo così spesso problemi di concentrazione. Per potersi isolare dall’ambiente circostante o per tentare di sentire meglio i propri interlocutori, spesso si ricorre all’uso prolungato degli auricolari, dispositivi che però, se usati in maniera errata, possono causare danni all’udito anche permanenti.

Come fare quindi a coniugare benessere e bisogno di privacy? Innanzitutto, si dovrebbero fare piccole e frequenti pause, togliendo gli auricolari per 15 minuti ogni ora di utilizzo, magari coordinandosi con i colleghi (a loro volta impegnati nello smart working). Dopodiché, per evitare l’insorgere di problemi uditivi, bisognerebbe ricordare - e applicare - la regola d’oro del 60-60, ovvero usare gli auricolari per massimo 60 minuti ad un volume pari al 60% del volume massimo consentito dal dispositivo. Da ultimo, è bene ricordare che ognuno dovrebbe avere il proprio paio di cuffiette così da non dover chiedere in prestito e indossare quelle di altri.

Un altro inconveniente che può essere causato dall’uso degli auricolari (proprio o di altri) è l’insorgenza di infezioni alle orecchie. Per evitarle, bisognerebbe pulire e disinfettare i dispositivi di frequente, usando apposite salviette, un panno morbido umidificato oppure un batuffolo di cotone imbevuto con qualche goccia di alcol. Dopodiché è consigliabile riporli in una custodia, così che non entrino in contatto con germi e batteri.

Per prevenire l’insorgere di problemi di udito, insomma, bastano poche e semplici accortezze che è bene tenere a mente anche quando questo periodo passerà. Allo stesso modo, sarebbe utile che tutti le imparassero e le mettessero in pratica, visto che dagli ultimi dati è emerso che circa il 10-15% dei più giovani soffre di ipoacusia.

Se noti anche solo un lieve calo dell'udito non rimandare, prenota un controllo presso uno dei nostri centri.


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Helen Keller: l’incredibile storia di una donna che volò oltre i suo limiti


Era sorda e cieca sin da piccolissima, ma grazie a una volontà di ferro e a un'insegnante altrettanto fuori dal comune, Helen Keller - che moriva esattamente 50 anni fa, il 1° giugno 1968 - riuscì a imparare a scrivere, a parlare, e a laurearsi nel 1904. La prima paladina dei diritti dei disabili in tutto il mondo.

Suffragetta ante litteram, prima persona non vedente a conquistare la laurea negli States, scrittrice affermata, attivista politica, infaticabile pioniera dei diritti delle donne, del controllo delle nascite e di molte battaglie civili che la portarono a incontrare presidenti, statisti e personalità in tutto il mondo, Helen Keller – nata il 27 giugno 1880 e morta il 1º giugno 1968 – è stata l’esempio vivente di come si può trasformare un ostacolo insormontabile in un «bene meraviglioso».

«Le cose migliori e più belle non possono essere né viste né udite, ma sentite nel cuore» arriverà a scrivere Helen Keller in un suo libro. A guidarla verso la luce fu Anne Sullivan, la maestra che la prese per mano ancora bambina e che le restò accanto per oltre quarant’anni. Resa sordo-cieca da una malattia contratta a 19 mesi la piccola Helen – nata il 27 giugno 1880 – cresceva viziata e selvaggia nella tenuta dei genitori in Alabama. Era una bambina acuta ma la sua relazione con il mondo era limitata a pochi segni che solo la figlia dalla cuoca capiva, oltre ai mugolii che la famiglia si sforzava di interpretare, e alle conseguenti crisi di rabbia per non essere compresa. «Nell’immobile buio in cui vivevo non esisteva tenerezza, ma solo odio e collera», fino a quando nella sua vita fece la comparsa la maestra Anne. «Prima che la mia educazione cominciasse – scriveva Helen – ero come una nave prigioniera di una nebbia fitta come una tangibile bianca oscurità, che si dirige a tastoni verso la riva; solo, non avevo compassi e bussole per calcolare a che distanza si trovasse la riva».

Anne Sullivan, che era ipovedente per un’infiammazione batterica contratta da bambina, aveva imparato il linguaggio tattile alla Perkins School for the Blind, migliore studentessa del corso si era poi diplomata insegnante. Armata di una ferma pazienza, impose la disciplina alla piccola Helen insegnandole a sillabare nel palmo della mano la prima parola della sua vita. Era la prima tappa d’un lungo cammino che doveva portarle a un traguardo incredibile.

«Impietrita concentravo tutta la mia attenzione – scriveva nelle sue memorie la Keller – sui movimenti delle dita di Anne Sullivan. A un tratto ebbi la nebulosa coscienza di qualcosa di dimenticato… il brivido di un pensiero mi ritornava, e miracolosamente il mistero del linguaggio umano mi fu svelato». Appena fu in grado di sillabare un certo numero di parole, Anne le insegnò a leggere dandole delle strisce di cartone su cui quelle parole erano scritte in lettere in rilievo.

Helen imparò presto che ogni parola stampata corrispondeva a un oggetto. Le costruirono poi una cornice dove inserire le strisce di cartone e formare così le prime frasi. Imparò poi a pronunciare le prime parole: «Non dimenticherò mai la mia sorpresa, la mia felicità rapita, quando riuscii a articolare la mia prima frase logica: “It is warm”. Anche confuse e penosamente balbettate quelle sillabe erano il linguaggio umano. Consapevole della sua nuova forza la mia anima spezzò infine le sue catene». La sua sete di apprendere la portò a imparare il francese, il latino, e infine alla decisione di iscriversi all’università, nonostante l’opposizione dei genitori. Con Anne sempre al suo fianco, che le traduceva con infinita pazienza nel linguaggio tattile le lezioni di letteratura, di filosofia e tutto ciò che dicevano i professori del Radcliffe College, (corrispettivo femminile dell’Università di Harvard), Helen sosterrà gli esami fino alla laurea in lettere, diventando la prima persona cieca a raggiungere l’incredibile traguardo.

Sin da bambina i suoi progressi avevano attirato l’attenzione di molte personalità, Mark Twain era tra i suoi ammiratori e l’aveva presentata al magnate della Standard Oil, Henry Huttleston Rogers, che le pagò tutti gli studi. Incontrò tutti i presidenti americani da Grover Cleveland, a Woodrow Wilson, a Lyndon B. Johnson, cantarono per lei Enrico Caruso e Fedor Scialiapin. Il famoso basso la strinse a sé in modo da comunicarle direttamente le vibrazioni della sua voce prodigiosa. Il violinista Heifetz suonò per lei, che “ascoltò” la musica ponendo le mani sul violino. Mentre per farle “sentire” un’opera diretta da Arturo Toscanini la fecero sedere su una pedana di legno che le trasmetteva ogni vibrazione. E mentre pubblicava i suoi libri – La storia della mia vita, Ottimismo, Il mondo in cui vivo, La mia religione – diventò amica di Alexander Graham Bell, di Eleanor Roosevelt, di Charlie Chaplin, di John Rockefeller, di Albert Einstein, di Douglas Fairbanks e Mary Pickford.

Accesa pacifista si oppose alla prima guerra mondiale, difese la causa dei lavoratori, aderì al sindacato Industrial Workers of the World e al Socialist Party of America. Instancabile sostenitrice del diritto al voto delle donne è stata uno dei primi membri dell’American Civil Liberties Union. Nel 1924, Helen cominciò a dedicare ogni minuto della sua esistenza al riscatto dei non vedenti e dei sordi, prima negli Stati Uniti poi in tutto il mondo. Viaggiò in lungo e in largo, incontrando leader mondiali come Winston Churchill, Jawaharlal Nehru e Golda Meir, organizzò manifestazioni, conferenze, incontri, scrisse libri e articoli per far conoscere la sua esperienza, e si lanciò in una campagna per ottenere che negli Stati Uniti venissero creati centri di riabilitazione per fornire a chiunque un’educazione scolastica, e battendosi nel resto del mondo perché i testi in Braille avessero criteri unici. Nel 1948 fu mandata in Giappone come primo ambasciatore di buona volontà dell’America dal generale Douglas MacArthur. Ovunque arrivasse, incoraggiava milioni di non vedenti: «È difficile descrivere Helen Keller – scriveva un giornalista dell’epoca -. Cieca, è come se vedesse tutto. Sorda, ode il mondo parlarle. Questa donna possiede una felicità interna da cui le viene una qualità rara: quella di rendere felice chi le sta accanto».

Le dedicheranno premi e riconoscimenti in tutto il mondo, conquisterà anche un Oscar per aver ispirato il documentario sulla sua vita, collezionerà lauree honoris causa dalle più prestigiose università. La sua storia verrà portata sul grande schermo da Arthur Penn con il film Anna dei Miracoli, mentre la piéce omonima firmata da William Gibson girerà i teatri di tutto il mondo, in Italia l’indimenticabile Mariangela Melato darà il volto ad Anne Sullivan.

Una vita in prima linea fino all’ultimo giorno, Helen Keller si spegnerà nella sua casa ad Arcan Ridge, nel Connecticut, il primo giugno 1968, poche settimane prima del suo 88esimo compleanno.


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L’arte del romanzo giallo secondo Sciascia 

 

Leonardo Sciascia aveva scritto: «Il romanzo giallo è la migliore gabbia dentro alla quale uno scrittore possa mettersi, perché non puoi barare sul rapporto logico, temporale, spaziale del racconto». Essa costringe lo scrittore a giocare col lettore ad armi pari.


Secondo il giallista britannico Lee Child «per scrivere un giallo devi porre un problema all’inizio, e risolvere il problema alla fine». La vittima compare nella prima pagina, l’assassino viene arrestato alla fine.

Il detective può essere razionale come Sherlock Holmes o intuitivo, come Maigret e l’ispettore Montalbano, che ha sempre intuizioni fulminanti, folgorazioni improvvise.
Ma perché ci piacciono i gialli? Perché diventiamo anche noi detective, decifriamo gli indizi, cerchiamo la soluzione e ci facciamo travolgere dalle sorprese, i colpi di scena e la suspense. Ed insieme al nostro eroe, cerchiamo di ricomporre i pezzi del puzzle.
E ci piacciono perché alla fine sappiamo sempre di chi è la colpa.

Chi sono oggi i nostri detective preferiti? Che tipo di detective saresti? Montalbano o Sherlock Holmes?
Inviaci la tua idea di giallo, ne faremo custodia.


Un film:              La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock – Un fotoreporter di successo, costretto in casa per una frattura, passa le giornate ad osservare col binocolo i suoi vicini di casa. E scoprirà un delitto.  Un capolavoro, vincitore di molti premi e candidato all’Oscar per Migliore regia, sceneggiatura e fotografia.

Un brano:          Thriller di Michael Jackson. Auto esplicativo!


Un libro:             Camilleri legge Gli arancini di Montalbano  https://www.youtube.com/watch?v=v_5Z2vAPxzs

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Barbie con la protesi o sulla sedia a rotelle diventa un'attivista della disabilità.

Di recente Mattel ha presentato una novità, le prime bambole disabili, la prima è in sedia a rotelle, la seconda ha una protesi alla gamba.

Barbie compirà 60 anniGiugno 2019 ed è la bambola più amata al mondo e, nonostante nel 2019 compirà 60 anni, continua a essere un'indiscussa icona di stile e di bellezza dall'incredibile modernità. Di recente il suo universo è stato travolto da una novità rivoluzionaria: sono nate le prime Barbie sulla sedia a rotelle e con una protesi, che rappresentano finalmente le disabili che passano la loro infanzia a giocare con lei.

Barbie rappresenta per la prima volta le donne con handicap.

Barbie rispetto a quando è stata lanciata è cambiata in modo radicale, diventando anno dopo anno sempre più moderna e rappresentativa della realtà che la circonda. Sono lontani i tempi in cui era esclusivamente bionda, perfetta, con il fisico impeccabile e il sorriso smagliante, oggi dà spazio a ogni tipo di bellezza con delle versioni curvy, con la pelle scura, alte e con i capelli di ogni tipo di colore. Di recente Mattel, l'azienda che la produce, ha dato vita a due nuove bambole rivoluzionarie. La prima è bionda con gli occhi azzurri ma, a differenza di quella "tradizionale", è su una sedia a rotelle, l'altra è invece castana, alla moda, con dei grossi cerchi alle orecchie e ha una protesi alla gamba. Quest'ultima è stata progettata in collaborazione con la piccola Jordan Reeves, una bambina senza braccio, che ha aiutato a rendere ancora realistica la creazione. Per la prima volta, dunque, la disabilità viene rappresentata dalla Barbie, dando prova del fatto che il suo mondo è diventato più inclusivo. L'obiettivo è dimostrare che la bellezza non deve adeguarsi a un unico stereotipo imposto dalla società, è possibile essere splendide come la bambola più famosa al mondo anche quando si ha un handicap. 

Per Jordan, tutto ha avuto inizio quando aveva quattro anni. Era arrabbiata che la sua bambola American Girl non le assomigliasse. È stato un calcio allo stomaco quando ha capito che nessuna delle sue bambole l'ha aiutata a sentirsi a proprio agio nel proprio corpo. 

ll duro lavoro di Jordan è stato notato da Mattel e ciò ha reso possibile per lei collaborare con i designer su una nuova bambola Fashionista con gamba protesica. È stato annunciato oggi insieme a una bambola su sedia a rotelle su Teen Vogue, Mashable, Good Morning America e tutti i tipi di altri siti web.

Grazie al team di Barbie per aver dedicato del tempo ad ascoltare Jordan mentre hanno lavorato a questo processo di progettazione. È un onore essere parte di un progetto che è stato così importante per noi per così tanto tempo. Speriamo che questo sia solo l'inizio delle bambole mainstream che rappresentano le differenze fisiche.

In questo progetto, poi, c’è un altro aspetto positivo da evidenziare: l’azienda non ha affidato la realizzazione soltanto al suo personale interno, ma si è avvalsa della collaborazione di chi vive queste condizioni sulla propria pelle. Per creare la bambola con la protesi, Mattel ha collaborato con Jordan Reeves: attivista di 13 anni nata senza l’avambraccio sinistro, che ha suggerito un arto rimovibile per offrire un’esperienza di gioco “più realistica”.

La bambola con la sedia a rotelle è nata, invece, grazie alla collaborazione con l’UCLA Mattel Children’s Hospital di Los Angeles con il quale la Mattel ha scelto di rappresentare un modello di carrozzina progettato per una donna con disabilità fisica permanente. La bambola ha anche un corpo snodato che le permette di sedersi e muoversi, oltre che una rampa con cui completare la sua DreamHouse per sottolineare l’importanza dell’accessibilità universale negli ambienti circostanti.

Una volta studiata la sua carrozzina con le sue luci, molto spesso le chiedono: «Ma, tu, come fai a dormire qua sopra?». Ecco, ora Barbie sfaterà anche un altro stereotipo avvalorato da un uso improprio del linguaggio: vedranno che chi usa una carrozzina si sdraia, perché non è “costretto sulla sedia a rotelle”.



Non bisogna dimenticare quelle aziende che sono già entrate nel mondo della rappresentazione di bambole disabili. Grazie ad Amy, lo straordinario creatore di bambole come A Doll Like Me, i protesisti di One Step Ahead che creano protesi per bambole American Girl, a Vermont Teddy Bear Company per continuare a vendere arti diversi orsi e alla sorprendente organizzazione Toy Like Me che ha contribuito ad attirare l'attenzione internazionale sulla rappresentazione della disabilità nei giocattoli tradizionali.


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Italo Calvino e la fiaba, il mondo dove tutto è possibile!

 

In un momento in cui la realtà è difficile da concepire, ci arrivano in soccorso la fantasia e l'immaginazione.

Italo Calvino è uno dei narratori italiani più importanti del secondo Novecento. Della sua produzione fantastica ricordiamo Il barone rampante: Giugno 1767, Cosimo Piovasco di Rondò si ribella al padre che vuole imporgli di mangiare le lumache e decide di andare a vivere su un albero per non scenderne mai più. Da lassù guarderà il mondo, i suoi cari, conoscerà briganti e fuggitivi, si innamorerà, soffrirà e combatterà, incontrerà personaggi famosi come Napoleone, scriverà a Voltaire. Gli anni scorreranno, diventerà vecchio e il finale ci sorprenderà... ma questo non ve lo anticipiamo.

Perché andare a vivere sugli alberi? Perché solo se guardiamo la vita con un po' di distacco possiamo capirne il significato.
La distanza dal mondo "normale" che stiamo vivendo, ci dà occhi diversi. E' l'occasione per scrivere la nostra fiaba.

In quale mondo fantastico vorresti evadere? Condividi con noi il tuo racconto. Ne faremo custodia, perché resti indelebile il ricordo di questo viaggio chimerico.

Un film:             Il mago di OZ, Del libro di Frank L. Baum. Avventure della piccola Dorothy e del suo cagnolino Totò in un mondo fantastico in cui sono stati trasportati da un ciclone. In compagnia di tre simpatici amici, il leone, lo spaventapasseri e l'omino di ferro, Dorothy sconfiggerà una brutta strega e conoscerà la verità sul misterioso mago di Oz, prima di scoprire che si è trattato solo di un sogno e che la vera felicità sta nel cortile dietro casa....

Un brano:         Volare (Nel Blu dipinto di Blu) di Domenico Modugno/Franco Migliacci è probabilmente la canzone italiana più reinterpretata della storia. Racconta la fiaba onirica di un uomo che si confonde con il colore del cielo e degli occhi della sua amata fino a spiccare in un volo di libertà "mentre il mondo pian piano spariva lontano laggiù". Senza tempo. Senza paragone. https://www.youtube.com/watch?v=t4IjJav7xbg

Un libro:             Il Barone Rampante. Peppe Servillo legge il Barone Rampante: https://www.youtube.com/watch?v=RQRLZapRcks


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“Le lingue dei segni: 5 miti da sfatare e altre curiosità” in un’infografica

300 lingue dei segni in uso al mondo

La lingua dei segni è una vera e propria lingua – o linguaggio – da un punto di vista sociologico, in quanto espressione di una comunità, specificamente quella dei sordi segnanti. In Italia la LIS (in acronimo) è utilizzata dalla Comunità Sorda Italiana.

L’infografica “Le lingue dei segni: 5 miti da sfatare e altre curiosità” lanciata da Babbel, la app leader nell’insegnamento delle lingue online, spiega tutto ciò che si è sempre erroneamente pensato di sapere sulla lingua dei segni. In seguito anche alle recenti dichiarazioni del Governo sulla necessità di riconoscere la lingua dei segni, l’infografica intende fare chiarezza su alcuni aspetti della lingua dei segni che i più ancora non conoscono.

Mito n.1: "Ce n'è solo una!"

La lingua dei segni non è universale: ogni comunità di segnanti ha la sua lingua, legata alla cultura in cui si è sviluppata. Esistono 300 lingue dei segni al mondo, le quali non necessariamente condividono gli stessi segni. In lingue dei segni diverse, infatti, lo stesso significato può essere espresso da segni diversi, o viceversa, lo stesso segno può indicare significati differenti! Il segno che nella lingua dei segni cinese significa "aiutare", nella lingua dei segni americana e italiana significa "spingere". Tuttavia esiste una lingua franca, la lingua dei segni internazionale (ISL), nota anche come "Gestuno", un progretto linguistico nato nell'ambito del primo Congresso Internazionale dei Sordi (World Federation of the Deaf), riunitosi per la prima volta a Roma nel 1951. Si tratta però di una proposta esclusivamente lessicale, per questo motivo non ha ancora acquisito le caratteristiche di una vera e propria lingua.

 

Mito n.2: "La loro grammatica è uguale a quella delle lingue parlate"

Un'altra idea sbagliata è che le lingue dei segni non abbiano una grammatica propria, ma imitino, addirittura in modo semplificato, la grammatica delle lingue parlate della nazione dove vengono usate. Seguendo questo pregiudizio la Lingua dei Segni Italiana sarebbe un'imitazione dell'italiano parlato espresso a gesti… capiamo meglio perché non è così: L'italiano è una lingua SVO, in cui l'ordine delle parole nella frase italiana segue lo schema Soggetto + Verbo + Oggetto. Nell'italiano parlato, infatti, diciamo “Gianni ama Maria”. Nella Lingua dei Segni Italiana, invece, l'ordine Soggetto + Oggetto + Verbo (SOV) è un ordine molto comune, e la frase italiana Gianni ama Maria viene espressa nel seguente ordine: Gianni Maria ama. Questo esempio ci fa capire perché le lingue dei segni sono esattamente come le lingue parlate: hanno una loro grammatica, una loro sintassi, delle proprie regole, e non sono basate sulla lingua parlata nel Paese cui appartengono!

 

Mito n.3: "Si usano solo le mani"

È un luogo comune che le persone sorde comunichino semplicemente attraverso i gesti delle mani. La lingua dei segni, infatti, è costituita da 7 parametri fondamentali: 4 componenti manuali di segno, ossia il movimento, l’orientamento, la configurazione e il luogo delle mani, e 3 componenti non-manuali, ossia le espressioni facciali, la postura e le componenti orali. La comunicazione attraverso le lingue dei segni non coinvolge quindi soltanto l'uso delle mani, ma anche le braccia, il busto e la testa. Anche le espressioni facciali sono molto importanti: dall'uso che si fa del movimento delle sopracciglia, la chiusura delle palpebre, la direzione dello sguardo e i movimenti della bocca possono infatti dipendere varie sfumature di significato.

Mito n.4: "Sono facili da imparare"

È riduttivo pensare che le lingue dei segni siano semplici da imparare. Servono anni di pratica per diventare fluenti. Le lingue dei segni si avvalgono di un linguaggio complesso, dotato di una grammatica altrettanto complessa. Si possono esprimere le più svariate cose: eventi, oggetti, fino ad ogni genere di concetti, da quelli concreti a quelli astratti. Inoltre, usare le lingue dei segni per comunicare con altre persone significa mettere in gioco e ampliare le proprie abilità intellettive e linguistiche. Per formarsi nella lingua dei segni, oltre ai corsi online, ci si può rivolgere all’ENS, Ente Nazionale Sordi, che si occupa di diffondere la LIS attraverso corsi in presenza. Esistono tre livelli della lingua dei segni, e per poter accedere al successivo occorre superare un test finale di apprendimento. Una volta superati i tre livelli, si può accedere al corso professionale per diventare interprete della lingua dei segni. Come solitamente consigliato per le altre lingue, per migliorare la scioltezza nelle lingue dei segni, è bene interagire il più possibile con persone nella comunità dei segnanti ed esercitarsi molto.

Mito n.5: "Sono state inventate dalle persone udenti"

Al contrario di ciò che potrebbe sembrare, le lingue dei segni sono nate in modo naturale nelle comunità non udenti. Ogni comunità di segnanti ha sviluppato una propria lingua dei segni e ogni lingua dei segni, come ogni lingua parlata, ha la propria storia e le proprie peculiarità. Le lingue dei segni sono lingue a tutti gli effetti, lingue naturali: vale a dire che si sono sviluppate spontaneamente nel corso del tempo all'interno delle comunità delle persone sorde. Probabilmente le lingue dei segni nacquero addirittura in parallelo, contemporaneamente alle lingue vocali. Fonti storiche scritte attestano l'esistenza di rudimentali forme di comunicazione gestuale tra i sordi già all'epoca degli antichi romani. È corretto quindi affermare che le lingue dei segni sono il frutto dell'intelligenza di persone sorde e non un prodotto costruito a tavolino da persone udenti.

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