Gli apparecchi acustici nella storia


Foto in bianco e nero di signore sorridenti che chiacchierano, una ha un corno

Gli apparecchi acustici moderni sono un vero concentrato di tecnologia ma, come qualsiasi altro oggetto d’uso comune, sono stati protagonisti di un’evoluzione davvero notevole. In poco più di 130 anni, infatti, si è passati da strumenti totalmente analogici (spesso scomodi e bizzarri da vedere) ad apparecchi digitali e iperconnessi. La svolta decisiva è stata l’applicazione dell’elettricità prima e dell’elettronica poi; grazie a queste oggi possiamo indossare comodamente apparecchi acustici leggeri e spesso quasi del tutto invisibili.

In principio era la trasmissione ossea

Nella seconda metà del 1800 fecero la loro prima apparizione due strumenti alquanto strani: il Dentaphone, in arrivo dall’America, e il Fonifero, brevettato in Italia da un fisiologo napoletano. Il primo era composto da un ventaglio di gomma dura diviso in tre sezioni. Per usarlo, il paziente doveva tenerne un’estremità tra i denti, così da poter “sentire” attraverso la trasmissione ossea le onde sonore che lo investivano. Il Fonifero, invece, risultava forse ancora più scomodo da usare poiché era formato da un bastone di legno d’acero che aveva ad un’stremità un bottone e all’altra un archetto metallico. L’archetto abbracciava di fatto la gola dell’interlocutore mentre il bottone veniva poggiato sulla mastoide o sui denti della persona sorda; così facendo le vibrazioni venivano trasmesse in maniera diretta e percepite dal paziente.

L’era elettrica e l’introduzione dell’elettronica

All’inizio del ventesimo secolo Dentaphone e Fonimetro, così come trombette, corni e imbuti, vennero affiancati dai primi apparecchi acustici elettrici. Questi primi prototipi “moderni” avevano dimensioni piuttosto grandi ed erano composti da una cuffia collegata ad un microfono a carbone alimentato da una batteria. Solamente negli anni 30 l’invenzione delle valvole favorì un importante sviluppo tecnologico degli apparecchi acustici. Le piccole variazioni di tensione prodotte dal microfono permettevano di convogliare il flusso elettronico generato dalla valvola; collegando in serie più valvole, il segnale era amplificato fino a 70dB. Durante gli anni 50 le valvole furono sostituite dai transistor e questo favorì la miniaturizzazione degli apparecchi acustici, andando incontro al desiderio delle persone - da sempre presente - di celare la propria sordità. Nacquero così i primi dispositivi in cui il microfono, l’amplificatore e le batterie erano posti all’interno di una scatola e in cui un cavetto elettrico trasmetteva il segnale amplificato al ricevitore collegato all’auricolare su misura.

1970, arrivano i circuiti integrati

Con l’avvento dei primi circuiti integrati, in grado di contenere milioni di transistor, gli apparecchi acustici divennero decisamente più comodi da indossare e più efficienti. Iniziarono a circolare i primi modelli retroauriclolari (BTE) e i primi modelli dotati di trimmer, strumento che permetteva all’audioprotesista di regolare l’amplificazione, l’uscita massima e il tono; solamente negli anni ’80 iniziarono ad affermarsi i modelli endoauricolari (ITE). Nello stesso periodo vennero introdotti anche i primi modelli in grado di essere programmati non più tramite trimmer ma per via digitale.

L’applicazione del digitale

Tra il 1990 e i primi anni del 2000 gli apparecchi acustici divennero veri e propri microcomputer in grado di convertire ed elaborare in digitale i segnali in ingresso. Oltre a questo, l’impiego del digitale ha permesso una maggiore flessibilità e un ampliamento campo applicativo, arrivando a trattare così molteplici tipi di perdite uditive.

Studi Audioprotesici per il Benessere Uditivo

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