Quella sordità che cambiò l’arte di Goya

«C’è un prima e un dopo – scrive Roberta Scorranese – nell’arte del grande pittore spagnolo Goya, un prima e un dopo la malattia che lo portò alla sordità, isolandolo lentamente dal mondo, ma guidando la sua mano in alcune delle sue opere più moderne e rivoluzionarie, avvolgendolo in una nebbia popolata di incubi, mostri e verità che affioravano sulla tela, come se avesse sviluppato un udito interiore capace di parlare solo attraverso il pennello»

Perché sta proprio qui il cuore della vita artistica di Francisco José de Goya y Lucientes (1746-1828), divisa in un prima e in un dopo. Prima della malattia e dopo la malattia. Prima di quella sordità che lo isolò lentamente dal mondo e dopo quel malessere che lo tormentò, ma che, al tempo stesso, guidò la sua mano in alcune delle sue opere più moderne, rivoluzionarie. Goya, infatti, intorno al 1792 si ammalò durante un soggiorno a Siviglia: acufeni, vertigini, disturbi alla vista. Il tutto si trasformerà in un’irrimediabile perdita dell’udito.

Molto si è discusso sulle cause di questa caduta: secondo alcuni, l’origine andrebbe ricercata nelle sostanze tossiche allora usate per trattare i colori, ricche di piombo (pare che anche il pavese Tranquillo Cremona, capofila della stagione della Scapigliatura pittorica milanese, sia stato stroncato nel 1878, a soli 41 anni, dal piombo delle biacche usate nei tinte). Secondo altri, la sua malattia sarebbe stata la conseguenza di una vita indubbiamente sregolata.
Fatto sta che alla fine la sordità lo avvolse in una nebbia popolata di incubi, mostri, verità che affioravano sulla tela. Come se avesse sviluppato un udito interiore capace di parlare solo attraverso il pennello.


Il Goya delle Pitture nere, per capirci, quelle raffigurazioni di scene stregonesche, mostruose, che realizzò sulle pareti della sua casa alla periferia di Madrid, con la restaurazione borbonica. Insomma, la sordità cambiò la sua sensibilità. E c’è un raffronto che lo racconta meglio di ogni parola: il dipinto Prateria di San Isidro [Sant’Isidoro, N.d.R.] del 1788 e il Pellegrinaggio a San Isidro del 1820-23. Stesso luogo, diverso spirito: la delicatezza naturalistica del luogo che è nella prima opera si scontra con la cupezza con cui, anni dopo, raffigura la stessa collina.

Dunque, se le cause della malattia di Goya sono incerte, quel che è sicuro è che la sua pittura si modificò radicalmente. Fino a un epilogo “da film giallo”: il suo cadavere attualmente riposa a Bordeaux senza il cranio. La sua testa, quella testa che fu capace di generare i più sconvolgenti incubi della modernità, è stata asportata. Da chi? E perché? Questa, però, è un’altra storia. Un altro mistero.

Francisco Goya, “Goya curato dal dottor Arrieta”, 1820, Minneapolis Institute of Art, Minneapolis (Stati Uniti) (particolare)

Francisco Goya, "Il pellegrinaggio a San Isidro (Sant'Isidoro)", 1820-23, Museo del Prado, Madrid (particolare).

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Regina Olson Hughes

Herman, Nebraska 1 Febbraio 1895 - Washington, D.C. 12 Agosto 1993

Regina Olson Hughes fu istruita nella scuola pubblica Herman e in scuole private per udenti, perchè perse l'udito gradualmente dai dieci ai quattordici anni: xciò non le impedì di conseguire la laurea e di sposarsi con Frederick H. Hughes, professore d'arte drammatica e allenatore di football. Ella lavorava come impiegata statale e fu proprio al ministero dell'Agricoltura che scoprì il suo talento artistico diventando illustratrice delle varie fasi di vita nelle piante. Ampliamente autodidatta in botanica, lavorò con agronomi e scienziati per illustrare semi, erbe, piante, e fiori dal naturale e da campioni essiccati, creandoli in modo che apparissero realistici. Appena venivano scoperte nuove specie botaniche, le descriveva in latino, preparava le illustrazioni esponendo ogni particolare diagnostico contenuto nella descrizione latina del campione, con misurazioni precise e l'habitat. regina Hughes imparò francese, spagnolo, portoghese, italiano e tedesco per poter meglio descrivere le piante. La maggior parte delle illustrazioni della Hughes erano a matita o a penna e inchiostro, ma anche ad acquerelli. Molte delle sue illustrazioni a colori sono nelle raccolte permanenti dell'USDA, dello Smithsonian Institution, al Hunt Institute for Botanical Documentation e alla Missione degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, e in molte raccolte private. Regina Hughes continuò il suo lavoro anche dopo aver raggiunto l'età pensionabile, lavorando per il reparto di botanica dello Smithsonian Institution e per il servizio di ricerca agricolo. Una delle sue graziose pitture di bromeliacea fu esposta nell'atrio del Museo di Storia Naturale per rappresentare la ricerca sulla bromeliacea di Lyman B. Smith e Robert W. Reed e nel 1979 questa bromeliacea fu chiamata "Billbergia Regina" per omaggiare l'artista. Le sue illustrazioni estremamente eccellenti sono apparse su numerose carte botaniche e libri dello staff scientifico dello Smithsonian. Ricevette molte onoreficenze, fra le altre l'USDA Superior Service Award nel 1962; Donna dell'anno nel 1970; dalla comunità femminile del Gallaudet College il Phi Kappa Zeta; fu inclusa nel Marquis's Who's Who delle donne americane (6th ed.); l'Amos Kendall Award per eccellenza in un campo professionale, non in relazione con la sordità. Dal 1982, in suo onore, una specie di pianta porta il suo nome "Hurghesia Reginae". Nei suoi molti viaggi la Hughes toccò ogni continente e subcontinente, sempre accompagnata da un album per schizzi. Questi schizzi, insieme con numerose note, formavano la base di molte delle sue pitture. Le sue pitture di orchidea sono in mostra permanente al Museo Nazionale di Storia Naturale, Smithsonian Institution a Washington.

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I Brueghel, famiglia di pittori

Quella dei fiamminghi Bruegel (o meglio Brueghel, come si fecero chiamare i discendenti) è stata una grande dinastia di pittori. Il più anziano, noto per il grande talento, è Pieter Bruegel il Vecchio (vedi schede relative). I suoi figli furono Pieter il Giovane e Jan il Vecchio, detto dei Velluti. Quest’ultimo ebbe un figlio anch’esso pittore, Jan il Giovane, che a sua volta ebbe diversi figli artisti, fra i quali si distinse Abraham (1631-1690 circa), specializzato in nature morte, che fu attivo non solo in patria ma anche a Napoli. Sappiamo che Pieter il Giovane (1564-1638) aveva lavorato per committenti di Anversa e Bruxelles, specializzandosi in paesaggi rurali e vita campestre. La personalità di maggior spicco delle giovani generazioni è però Jan Brueghel il Vecchio, (1568-1625), secondo figlio di Pieter Bruegel il Vecchio, nato a Bruxelles e poi attivo ad Anversa, e amico di un altro grandissimo artista fiammingo, Rubens. Jan fu soprannominato “dei Velluti” o “dei Fiori” per le tonalità vellutate dei suoi quadri, spesso dipinti su rame, un supporto che conferisce particolare lucentezza alla pittura. Pare anche che amasse vestirsi di velluto. Veniva inoltre chiamato “dei Fiori” per le sue splendide raffigurazioni, assai naturalistiche, con fiori e insetti.

 

Allegoria dell'udito, olio su tavola, Jan Brueghel il Vecchio dei Velluti (1568-1625), Museo del Prado, Madrid

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I suoi primi studi erano stati alla scuola delle lettere, e solo in seguito a una grave malattia che lo privò dell'udito nell'infanzia, da cui il soprannome - Sordino - si dedicò allo studio delle arti del disegno, avviato dal padre nel 1750 alla bottega di Giuseppe Varotti. Tra le sue prime opere sembrano maggiormente risentire dell'influenza del Franceschini, del Graziani e forse anche del Creti, e appaiono orientate verso una rigorosa interpretazione del classicismo bolognese. Più tardi, come attesta la pala con i Santi Erasmo e Lorenzo (Bologna, San Petronio) risente anche della produzione del Gandolfi che lo indusse a una partizione più drammatica di luci e ombre e all'adozione di un registro fortemente patetico dei sentimenti. 

Jacopo Alessandro Calci, Autoritratto, Bologna, Pinacoteca Nazionale. 

Si ricordano inoltre l'Autoritratto (Bologna Pinacoteca) una Deposizione (Bologna, collezione Vivarelli) un disegno Santa Maria del Baraccano (Bologna, Cassa di Risparmio). Con G.Gandolfi, P.Fancelli, L. Ruvadini ed E. Petroni collaborò alla Via Crucis 

Dell'attività di incisore l'opera principale è costituita dalle incisioni su rame degli affreschi del Carracci in San Michele in Bosco; amava anche trarre disegni dai cicli più noti degli autori bolognesi del Seicento e del Settecento. Poichè insegnava e scriveva su può supporre, con molta probabilità, che la sua sordità non fosse grave.

Calvi J. A. detto Sordino sec. XVIII, Madonna S.Francesco di Paola e S. Rosa

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Sì, il grande compositore Ludwig van Beethoven, nato a Bonn il 16 dicembre 1770, era proprio affetto da sordità. Già intorno ai trent'anni, dichiarava di avere difficoltà a capire le parole di una persona che parlava a bassa voce.

Per ascoltare gli attori a teatro, inoltre, era costretto a mettersi vicino all'orchestra. La crescente sordità tuttavia lo gettò in uno stato di profonda prostrazione, che nel 1802 lo spinse persino a tentare il suicidio.

A causa dei problemi di udito Beethoven si isolò progressivamente dalle persone che lo circondavano, compromettendo molte relazioni sociali e affettive.

Nel 1819, otto anni prima della morte era completamente sordo. Nonostante ciò, Beethoven continuò a comporre: la celebre nona sinfonia con l'Inno alla gioia fu scritta nel 1824.
L'anno 1796 segnò una svolta nella vita del compositore: Ludwig iniziava a prendere coscienza della sordità e malgrado tentasse, in gran segreto, di arginarne il peggioramento con delle cure, la stessa gradualmente divenne totale prima del 1820. La causa della sordità di Beethoven è rimasta sconosciuta; le ipotesi di una labirintite cronica, di una otospongiosi e della malattia ossea di Paget sono state ampiamente discusse ma nessuna è stata mai confermata. In anni recenti è stata avanzata l'ipotesi che Beethoven soffrisse di avvelenamento da piombo cronico. Chiusosi in isolamento per non rivelare in pubblico questa realtà vissuta in maniera drammatica, Beethoven si fece una triste reputazione di misantropo, della quale soffrì, chiudendosi in rassegnato silenzio fino al termine della sua vita.

Consapevole che quest'infermità avrebbe definitivamente distrutto la sua carriera pubblica di pianista virtuoso quale fino ad allora si era dimostrato, dopo aver meditato per sua stessa ammissione anche il suicidio, si dedicò con nuovo slancio alla composizione tentando di sfuggire ai mali che tormentavano la sua anima. In una lettera indirizzata ai fratelli espresse tutta la sua tristezza e la fede nella sua arte

(testamento di Heiligenstadt):
«O voi uomini che mi credete ostile, scontroso, misantropo o che mi fate passare per tale, come siete ingiusti con me! Non sapete la causa segreta di ciò che è soltanto un'apparenza [...] pensate solo che da sei anni sono colpito da un male inguaribile, che medici incompetenti hanno peggiorato. Di anno in anno, deluso dalla speranza di un miglioramento [...] ho dovuto isolarmi presto e vivere solitario, lontano dal mondo [...] se leggete questo un giorno, allora pensate che non siete stati giusti con me, e che l'infelice si consola trovando qualcuno che gli somiglia e che, nonostante tutti gli ostacoli della natura, ha fatto di tutto per essere ammesso nel novero degli artisti e degli uomini di valore.»

(Beethoven, 6 ottobre 1802)
Nonostante il pessimismo, fu questo un periodo di fertile attività compositiva: dopo la sonata per violino n. 5 (1800) (conosciuta popolarmente col titolo La primavera) e la sonata per pianoforte n. 14 (1801) (anch'essa conosciuta per un titolo spurio: Al chiaro di luna), durante un periodo di crisi spirituale e umana compose la gioiosa seconda sinfonia (1801-1802) e il più scuro concerto per pianoforte n. 3 (1800-1802). Queste due opere vennero accolte molto favorevolmente il 5 aprile 1803.

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Stai Uniti, California 6 Febbraio 1851 - Berkeley, California 8 Ottobre 1929 -  Fotografo

All'età di 5 anni perse entrambi i genitori. Fu affidato a un'altra famiglia, purtroppo inadatta ad allevare un orfanello sordo. Fuggì spesso da casa e visse quattro anni da monello in fuga, andando incontro a gravi pericoli. Non si sa con certezza se nacque sordo o lo divenne, ma sicuramente egli si rifiutò d'imparare a parlare: ciò nonostante fu tra i migliori studenti della California School for the Deaf a Berkeley e li rimase per tutta la vita. Il suo sviluppo sociale fu rapido non appena imparò la lingua dei segni dai suoi compagni. Il direttore della scuola, Warring Kilkinson, fu sostenitore dell'importanza di una educazione artistica, e questo obiettivo fu raggiunto in parte quando D'Estrella divenne il primo studente sordo a essere ammesso alla University of California, Berkeley, nell'ottobre 1873, ma non si diplomò. Il talento di D'Estrella per il disegno e il suo grande interesse per l'arte lo portarono, di nuovo senza precedenti, a essere ammesso nel 1879 come primo studente sordo alla scuola d'rate più prestigiosa dell'ovest, la San Francisco Art Association's California School of Design (orta San Francisco Art Institute), dove studiò per cinque anni. Fu in seguito nominato insegnante d'arte alla California School of Deaf, ruolo che mantenne fino a quando il dipartimento di arte fu soppresso nel 1923 per mancanza di fondi. D'Estrella cominciò entusiasticamente lo studio della fotografia nel 1886. Egli considerava la proiezione di diapositive un importante strumento educativo, attraverso cui portare la conoscenza del mondo ai suoi studenti sordi. Spesso fotografava i suoi stessi studenti al lavoro, anche per dimostrare la falsità della semplificazione che vedeva i non udenti come folli. Vinse il primo premio nella "Sezione Animale" del primo Salone fotografico tenutosi nel 1901 a San Francisco. Scrisse numerosi articoli sull'educazione dei sordi, scoprì e incoraggiò il talento del suo allievo Granville Redmond che divenne uno dei più importanti paesaggisti californiani. Per tutta la sua vita D'Estrella fu conosciuto come l'amico dei bambini; egli insegnò loro, principalmente con l'esempio, come vivere la vita pienamente e gioiosamente malgrado gli handicap.  

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  • L'angolo dell'arte

    Per quale motivo vi sono tanti artisti sordi nella storia dell'arte? Quanto influisce sulla creazione artistica particolare, più acuta sensibilità nel percepire la realtà di chi nasce sordo o perde l'udito?

    Emerge che la modalità visiva dei sordi rappresenta uno strumento privilegiato di espressione e comunicazione con esiti talvolta altissimi e sorprendenti.  E' ben noto come Goya diventò sordo all'età di quarantasei anni in seguito a una malattia, un'esperienza che influì profondamente sul suo carattere e sulla sua pittura, in cui appariamo sempre più frequentemente accenti drammatici, materializzazioni di incubi e tensioni.

    Ma pochi sanno che furono afflitti da questo dramma personale anche Pinturicchio, o il raffinato ritrattista del manierismo inglese Joshua Reynolds. Qui alcune storie umane per dare una opportunità di sensibilizzazione e di scambio tra il mondo dei sordi e il mondo degli udenti.

     

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Jan Brueghel il Giovane, Allegoria dell’udito, 1645-50

  • Helen Adams Keller

    Scrittrice, attivista e insegnante statunitense, sordo-cieca dall’età di 19 mesi.

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  • Regina Olson Hughes

    Illustratrice scientifica

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  • Theophilus Hope D'Estrella

    Fotografo

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  • Jacopo Alessandro Calvi

    "il Sordino"

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  • Ludwig van Beethoven

    Compositore, pianista e direttore d'orchestra tedesco.

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